Viaggio in Alaska - into the wild - con Avventure nel Mondo Discovery

Racconto di viaggio sull'Alaska con Avventure nel Mondo Discovery. Scoprite con noi questo viaggio meraviglioso nella natura più selvaggia!

Into the wild. In Alaska con Avventure del Mondo Discovery

Qualche premessa

Primo. Siamo andati in Alaska nell’estate 2019 quindi nel mondo pre-covid quando i viaggi erano ancora possibili. Ciononostante l’Alaska è un posto remoto, lontano e complesso da raggiungere dall’Italia (2 scali e 20 ore almeno). Uno di quei posti che, quando in primavera dici dove vai in vacanza, la gente strabuzza gli occhi e risponde domande tipo “dove?” o “fa parte dell’America o del Canada?” Ed è già molto…anche perché i vari Deadlist catch, Vado a vivere nel bosco o gli Eroi del ghiaccio molto hanno fatto per rendere “pop” questo lembo di mondo, peraltro grande oltre ogni immaginazione, quasi un terzo degli Stati Uniti continentali. Terra sconfinata, di cui si visita solo il cuore, la parte intorno ad Anchorage, da non guardare sul mappamondo per non deprimersi della propria irrisorietà. Un tempo appartenuta alla Russia e ceduta agli States, ha una passato fatto di inuit e primi colonizzatori, con tante risorse naturali e una natura incontaminata, come racconta la cosa migliore di Anchorage (assieme al negozio della North Face), ovvero il bel museo cittadino che celebra le ricchezze del quarantanovesimo Stato.

Secondo. L’Alaska è un luogo caro, anzi…carissimo, ben più del resto degli Stati Uniti. Le escursioni sono tutte imperdibili e costano circa 1000 euro. Rientrare nella cassa non è facile, occorrerebbe fare campeggio e cucinare, tutte misure che il nostro gruppo, fortunatamente, ha voluto sperimentare nella giusta (leggi minima) misura. Partiamo poi dal presupposto che è un viaggio dinamico, dove ci sono molte attività sportive (no perditempo e no sedentari)… anche nella versione normale, è un viaggio sporty. Senza le varie attività, c’è ben poco altro da fare. E visto che la maggioranza sono attività all’aria aperta… qui in Alaska – ma come un po’ dappertutto nel mondo e nella vita – ti deve dire “culo”! Ovvero leggasi che il meteo è una variabile essenziale. Noi siamo partiti ad Agosto quando sta iniziando l’autunno e cominciano le piogge. Pioggia ne abbiamo presa solo un giorno…ed era un giorno di trasferimento. Siamo stati dunque fortunatissimi. L’Alaska comunque in questa stagione non è sembrata così fredda! E’ raccomandato – come in montagna – l’abbigliamento a strati… ma non è raro che di giorno si cammini in maglietta e che la notte la temperatura non scenda sotto zero, almeno nelle zone coperte da questo itinerario, effetto di un global warming deleterio che non salva nessuno, soprattutto i ghiacci.

Terzo. È un viaggio che va preparato. Noi siamo andati con Avventure nel Mondo. È un tour operator diverso dagli altri. Che fa del gruppo e del suo coordinatore la formula per essere qualcosa di più di un viaggio organizzato dagli altri tour operator (ci si conosce prima e spesso ci si frequenta anche dopo grazie agli Angoli dell’Avventura presenti in molte città italiane) ma anche, se non ci si vuole mettere in gioco, qualcosa di meno. Infatti il programma, chiamato redazionale di viaggio, è organizzato dal coordinatore, un viaggiatore più esperto che in cambio non paga il viaggio, sulla base delle relazioni dei viaggi precedenti e in qualche misura anche sulla base delle desiderata del gruppo che quindi è ben più importante che nei viaggi organizzati classici. Noi eravamo 13, equamente ripartiti dai 27 ai 49 anni. Metà in partenza da Roma e l’altra metà da Milano. I romani sono partiti in anticipo vincendo una tappa di un giorno a Denver in Colorado. Il rendez-vous è avvenuto a tarda sera all’aeroporto di Anchorage e da lì, recuperato tre comode station wagon che sarebbero state le nostre caravelle per tutto il viaggio, abbiamo raggiunto il motel prenotato nei sobborghi della città. La mattina dopo, di buon ora, caffè bollente americano, rifornimento viveri da Walmart ed è iniziata l’avventura.


Intorno al Denali

La cartolina principale dell’Alaska è senz’altro il Denali National Park. Lo trovi in tutte le riviste patinate, in tutte le guide dedicate ai migliori parchi USA e in qualsiasi libro fotografico da Barrow fino giù al Canada. Sono questi i posti santificati da un romanzo (interessante) e da un film di grande culto, Into the wild di Sean Penn, con una grande colonna sonora e immagini che hanno fatto sospirare mezzo mondo, osannando la wilderness del luogo. Intorno al Denali è fiorita l’industria turistica, senza troppo intaccare comunque l’incontaminatezza del luogo.

Noi iniziamo a conoscerlo subito alla grande. Anziché raggiungere il campeggio tra bosco e fiume che sarà la nostra base nei primi giorni ci dirigiamo a Talkeetna (conosciuta da alcuni di noi per la serie TV “vado a vivere in Alaska”) per non lasciarci sfuggire la possibilità di sorvolare i ghiacciai a bordo di un aereo, prima escursione del nostro viaggio. Super sicuro, super organizzato, si parte con aerei da 10 posti e un giovane pilota entusiasta dell’Italia (Dove sei stato? A Roma? A Firenze? Nooo… sulle Dolomiti, fantastiche!). Si sorvola quindi in tutta sicurezza una zona totalmente spoglia, poi via via scavata dalle acque e da ghiacci, fino a viaggiare dentro le montagne, a due passi da rocce ancestrali e nevi perenni. L’aeroplanino di carta rosso fuoco atterra leggero su un ghiacciaio in quota ad oltre 3500 mt, planando sulle pattine che ha sopra le rotelle. Ci regaliamo mezz’ora di gioia fotografando a 360 gradi tra ghiacci e graniti residui del tempo geologico che fu. Il volo di ritorno ci riporta più linearmente alla base di partenza.

 

Nel parco si possono fare molte altre attività, a partire dai trekking. Noi ne abbiamo fatti un paio, il più significativo di mezza giornata che ci ha riportato al campeggio dove dormivamo, tra boschi di abeti e 3 laghi alpini (per l’appunto, si chiama Triple Lake Trail), in un percorso molto curato e in armonia con la natura. C’è poi il famoso bus che ti porta, laddove non possono le auto, fin dentro il parco. Durante il tragitto, si incontrano Caribù, volpi e altri animali. Finanche orsi, sebbene molto lontani tanto da sembrare pietre. Col bus si arriva fino ad Eielson, un punto panoramico dove ti sbattono in faccia i 6mila e passa metri del monte Denali, in una delle foto più ritratte (quando è bel tempo) del Paese. Insomma, una giornata riposante, se non fosse per l’autista-intrattenitore che, in tipico stile americano, nelle 8 ore andata e ritorno non cessa di martoriare il microfono e le nostre orecchie con informazioni sul parco e sensazionalistici paragoni sulla grandezza del parco o il numero di alberi.

Il viaggio nel Denali non poteva che concludersi al Magic Bus, il pulmino immortalato nel film dove Chris Supertramp morte trovò, oggi strategicamente ricostruito (è l’originale del film) accanto alla 49th State Brewery, la birreria artigianale più buona d’Alaska, che ci delizia nell’ultima sera che passiamo in questa zona. Sera, si fa per dire. Perché a queste latitudini fa buio dopo le 22, con giornate lunghissime che permettono di guidare e fare cose fino all’orlo del letto.


McCharty e Kennicott, tra ghiacciai e antiche miniere

La seconda parte del viaggio si svolge più a est, nella zona dei ghiacciai a ridosso del Canada. Arriviamo di mattina, dopo aver percorso gli 80 km di buon sterrato che costituiscono la McCharty Road, epica strada fatta per collegare le miniere della zona con il resto del Paese. Non molto è cambiato negli ultimi tempi: gli abitanti del paese, una trentina in pianta stabile, vanno a prendere le provviste ad Anchorage una volta ogni 15 giorni, partendo con una auto che raccoglie le esigenze di una comunità. Di turistico c’è poco e comprendi davvero quanto remoto sia questo posto. Ci sistemiamo di mattina presso il nostro campeggio, che è “al di qua” del fiume, che si attraversa solamente a piedi attraverso un ponte. Passato il ponte, entri in un’altra dimensione, già vista in tanti film ma mai provata di persona. McCharty sembra un paese uscito dal Klondike, un crocicchio di vie da far west, con la strada polverosa e nemmeno una mosca ad alzarsi in volo. Un paio di hotel, un ristorante che pare un saloon, un pub dove i giovani del posto hanno già iniziato a tramortirsi di alcol e cannabis ben prima del tramonto.

Un piccolo shuttle bus ci porta 7 km più in su, ai bordi di un altro paese, o quello che ne resta, sorto lo scorso secolo quando le miniere erano floride. Il bus è più impolverato delle strade e ha i vetri frantumati che sembra possano esplodere da un momento all’altro, i sassetti schizzano come palline da flipper ogni giro di ruota. Il paese si chiama Kennicott e stanno iniziando a portare turismo. Molti edifici sono sistemati, altri sono in piena decadence ma nel complesso il posto è figo e fuori dal mondo, fa rivivere in pieno i tempi della miniera. Inganniamo il pomeriggio addentrandoci per i percorsi verso l’alto delle miniere, improvvisiamo un trek. La scalata è molto ripida, la percorriamo per un’ora, incontriamo vari trekker che sono partiti di mattina e stanno ora scendendo, tutti riportano di aver visto degli orsi. Non c’è affettazione…qui è perfettamente normale ritrovarsi un bestione nero di 400 kg davanti, peraltro dicono siano meno pericolosi delle alci, che invece partono a testa china senza pensare. Fatto sta, che in ogni negozio è in vendita (o anche a noleggio) lo spray scaccia-orsi o quantomeno il campanello per tenerli lontani. Ovviamente, noi non abbiamo nessuno dei due equipaggiamenti. Così, dopo poche altre decine di metri, ci basta un anfratto di spighe completamente schiacciato, da una mole non proprio di procione, che decidiamo di scendere velocemente dandoci alla ritirata. Il giorno seguente, ci aspetta la ramponata sul ghiacciaio. E’ bel trek di mezza giornata, anche se le nuvole non aiutano a cogliere le mille sfaccettature del ghiaccio, che sembra roccia, che sembra ghiaccio e poi ancora di mille colori iridati, appena esce un raggio. Il ghiaccio gracchia ed è un bel suono, non sarà il Perito Moreno ma certo non capita tutti i giorni. La giornata scorre lieta, tra sfumature celesti e turchesi, finisce con le gambe sotto al tavolo e un panino al salmone selvaggio che qui, neanche a dirlo, è rosso come il fuoco ed orgoglio nazionale.


Salmoni a Cooper Landing

E’ selvaggia. E’ incontaminata. Abbastanza, incontaminata. Senz’altro ti mette a contatto con la natura. E con un modo primitivo di vivere. L’Alaska è anche questo e ce lo dimostra in una giornata, assolutamente rubata e fuori programma, che ricaviamo anticipando una partenza e guidando fino a mezzanotte alle porte di Anchorage.

Siamo a Cooper Landing, patria della pesca. Molta gente viene qui per pescare, perché i fiumi e i mari si prestano, hanno acque pescose dove halibut e salmoni si raccolgono anche con le mani. Vieni qui su, peschi i tuoi pesci, te li fanno a filetti, li congelano e poi te li spediscono direttamente a casa. Queste le parole di un signore texano, gilet verde pallido d’ordinanza, che incontriamo in coda al ritiro dell’auto a nolo. E si rendo conto di quanto sia “mainstream” l’ attività solo giunti in questo paesino, 4 casupole in legno, tutte organizzate per i tour di pesca. Noi siamo pescatori della domenica, più idonei ai selfie con gli stivaloni-salopette che alla scorza indurita del fisherman, eppure fieri di essere. E’ una giornata magnifica, un sole che necessita crema e l’ansa di un fiume magnificamente incorniciato tra monti boscosi. Qui si pesca a mosca, secondo un’arte molto antica. Le mosche non saranno di piume vere, ma simulacri che devono attirare i salmoni. Non c’è verme o esca a ricoprire l’amo, solo la parvenza di un insetto che abbaglia l’animale. Lo scenario è bellissimo e passiamo diverse ore a lanciare, immersi nell’acqua fino agli stinchi. L’acqua è gelida e scorre forte, è cristallina tanto che sotto i piedi vedi scorrere i pesci con estrema fatica, a risalire il flusso. Giornata inaspettata e pesca miracolosa tanto che tiriamo su 3 bei salmoni che le guide ci sfilettano sul momento e che onoriamo sulla griglia nel giardino del nostro motel.


Homer split e Katchmake Bay: spiagge sull’oceano e kajak tra gli iceberg

Il nome è celebre e ricorda il personaggio dei Simpsons. In realtà, la città di Homer promette più di quello che mantiene, due file di case lungo un molo, contornato da una bella spiaggia sassosa. Qualche negozio per i souvenir, buono per due passi e una birra. Tentativo di ostrica locale e le costosissime zampe del granchio pescato nelle acque di Bering. Ma Homer è soprattutto base di lancio per escursioni succulente, non ultima quella degli orsi. Noi ci concediamo anche il kayak, a suon di petrodollari, e una gita che parte dal Pier 36, leggasi molo, con due barchette che ci portano dall’altra parte della baia, a Katchmake. Qui non c’è nemmeno il paese ma solo un lodge, tra colline e boschi.

Un trek di un’oretta ci porta ad un lago, dove ci aspettano le nostre canoe.

Lo scenario è meraviglioso, il lago insiste su una lingua ghiacciata, qualche  iceberg galleggia spensierato. La traversata verso il ghiacciaio è dura, tormentata dal vento che pare sempre essere contro. Due ore di muscoli e resistenza, che alla fine da grandi soddisfazioni. Per ripianare le calorie dissipate, ci godiamo una fantastica cena nella nostra casa di Knob Hill, un maniero di 3 piani che occupiamo per intero, con tanto di pianoforte e ping pong e vista spettacolare a 360° su montagne e ghiacciai di sfondo.


Seward: crociera tra i fiordi e belvedere sui ghiacci

Siamo fortunati non solo con il tempo ma anche con gli incendi e riusciamo a non rimanere bloccati a Homer split prima che chiudano tutte le strade di transito a causa di un gigantesco incendio che sta per interessare le nostre zone di transito. Brucia dalla primavera, ma qui li lasciano andare limitandosi a controllarli e a chiudere e/o evacuare intere province quando il fuoco si avvicina troppo.

Anche Seward, qualche via commerciale, aree campeggio per i camper e una birreria artigianale, sebbene a ridosso delle montagne sorge sul mare con ghiacci e fiordi. Uno scenario unico, proprio a un passo dalla cittadina. Arriviamo nel pomeriggio e alcuni di noi si concedono il lusso di una corsa tra i monti, in una strada sterrata che porta dall’altro lato del mare.

Il giorno successivo è dedicato alla crociera sul fiordo. La gita è carina, sebbene sulla grande barca servano il pranzo e ci siano gruppi di turisti a cui manca solo la camicia hawaiana. Come al Denali, il capitano non smette di parlare al microfono, come se conoscere il numero di uccelli dell’area possa arricchirci più di osservarne una ventina. Ma almeno è simpatico e sembra un capitano Findus imbolsito. Continua a ripetere di osservare i “tafted puffin” e noi seguiamo accondiscendenti. Di balene ne vedremo poche, un paio di code lontane, qualche orca che nuota con noi. Però molta fauna avicola, aquile americana e puffin, tanti puffin, fino ad arrivare al ghiacciaio con i seracchi che si staccano e rovinano giù, brontolando nel mare e spaccandosi come se potesse collassare tutta la montagna da un momento all’altro.

L’escursione più bella di Seward è l’Harding icefield trail, tra i trekking più celebri e panoramici d’Alaska. Il percorso, con un dislivello importante di circa 900 mt, costeggia il ghiacciaio Exit e ci regala splendide vedute, quando il sole si scosta dalle nuvole. In cima, è un tripudio di ghiaccio e fatica, a perdita d’occhio, come un campo di grano grigio, letteralmente Icefield campo di ghiaccio, fino a dove si perde l’orizzonte. Astonishing, direbbero gli americani, perché la natura la capisci anche senza sapere la lingua.


Anchorage, la porta del Nord e tutto quel che vedremo un’altra volta

Leggendo i racconti di Bettinelli, immagini Anchorage come il classico avamposto del nord, fatto di 4 case in lamiera, un pub con le freccette e birra a profusione. Poi arrivi e ti accorgi che il mondo è davvero cambiato tanto negli ultimi 30 anni e urbanizzato tutto ciò che ha trovato lungo il proprio cammino. Così, delle case in lamiera rimane qualche hangar nel centro storico, riqualificato a pub di tendenza da mille posti, birre artigianali e menu plastificati. Per il resto, autostrade cittadine a 6 corsie, shopping mall dalle dimensioni disumane, traffic jam e pickup americani. Mettici 20 gradi e un cielo limpido primaverile, potresti essere in ognidove tra Louisiana e Wisconsin. Anchorage rimane però il principale hub di ingresso dei turisti in Alaska che sono, con le dovute proporzioni, moltissimi come si evince dal centro, puntellato da souvenir center che vendono di tutto, baracchini per la visita guidata, statue giganti da mettere come sfondo nei selfie da mandare in tempo reale agli amici. A proposito di statue, una delle più famose è quella del cane di Jack London, piccolissima e romantica, appoggiata su uno dei marciapiedi del centro che fai fatica ad accorgerti che è lì. Il megastore North Face la fa da padrone e compriamo 4 magliette uguali, strapagate, ma ideali per andare in giro in maniche corte in Alaska, con la scritta Never stop exploring e la parola fatata, per l’appunto, “Alaska”… nonché un’aurora boreale stilizzata da mostrare agli amici. Completa un giro nel complesso trascurabile il bel museo di storia nazionale, davvero un grande esempio di marketing museale e territoriale. Il museo è curatissimo, con tanto di camere buie e illuminazione da light designer, un piccolo Louvre che racconta l’orgoglio di essere alaskiani. E così si ripercorre l’etnologia, con strumenti e reperti degli inuit e i videomessaggi dei sopravvissuti, pochi, scampati all’uomo bianco e alll’alcolismo che li ha ridotti in macerie. Si ripercorre la storia, dall’acquisto dalla Russia e quel progetto mai superato di fare gli Stati Uniti del Nord America, progetto sempre negletto dai patriottici e sofisticati cugini canadesi. Si ripercorrono le risorse naturali dell’Alaska, dai parchi incontaminati preda oggi dei turisti, alle grandi innovazioni dell’uomo come la pipeline il lungo gasdotto del mondo, la celebre pipeline staccata da terra per non congelare.

Pensare che ci sarebbe stato ancora molto altro da vedere, che non abbiamo fatto in tempo e riserviamo per la prossima occasione. Jeauneu, la capitale reale del Paese, dall’anima francese e la perenne influenza dei cugini. E’ situata infatti in quella lingua di America che striscia nel  Canada e usata come base di appoggio per la Yukon Road, altro itinerario da mettere in agenda per il futuro. Al polo opposto, quasi al polo stesso, si arriva a Barrow, quello sì avamposto di lamiera e una manciata di abitanti. Inarrivabile via terra, sia d’estate che d’inverno, si raggiunge con un comodo volo da Anchorage che costa quanto il volo per gli States continentali. Ci vuole buona lena e predisposizione (finanziaria, soprattutto) per arrivare laggiù. Si è ripagati da un paesino che si affaccia nel mare più estremo, gelato tutto l’anno, a un tiro di schioppo dal nord magnetico. Si è ripagati da un altra tipologia di orso, ben più rara e inarrivabile: il gigante bianco. Questo sì, fortemente minacciato dall’estinzione e per nulla abbordabile, visto che è alla perenne ricerca di risorse energetiche per sopravvivere. Sarebbe stato bellissimo, ma tant’è. Alaska… torneremo!


Postfazione. Indietro di due giorni, il viaggio nel viaggio: gli orsi del Katmai National Park

Siamo al capitolo finale di questo racconto, che non può che finire in crescendo. Nessun viaggio in Alaska è in Alaska senza gli orsi, davvero. Meglio, l’Alaska è un viaggio sensazionale e varrebbe da solo, anche senza gli orsi. Ma l’escursione degli orsi è un viaggio nel viaggio e meriterebbe, come tutte le altre cose messe insieme, un viaggio di per sé.

Torniamo ai giorni di Homer. Si parte dall’idroscalo della cittadina in idrovolante come gli interpreti di una ormai classica pubblicità di liquori, e già l’esordio lascia intendere che sarà un giorno speciale. Si parte e si atterra sull’acqua perché, dove stiamo andando, davvero non c’è traccia di niente. Niente uomo, niente “antropizzazione”. Wilderness. Solo natura. Partiamo e ci vuole quasi un’ora di volo per attraversare la Kamishak Bay. Siamo sopra parti di mondo incontaminate, dove forse mai nessun uomo ha camminato. L’aereo sorvola un’isola vulcano, dal perfetto cono sbuffante, mostrato in tutta la sua meraviglia da una giornata splendente di luce. Altri vulcani chiudono l’orizzonte. Planiamo su un laghetto, l’acqua schizza e gorgoglia onde sotto le tavole del nostro aeroplano. A darci il benvenuto, un giovane lupo sulla collina che ci studia con occhi gialli, incuriosito per qualche minuto impassibile, forse fiero, dei nostri click. Andiamo avanti in fila indiana, procedendo lenti sugli stivali di gomma. Jack, una delle due guide, si raccomanda di non fermarci, perché avremo modo di passare molto tempo con gli orsi. Siamo su un sentiero collinare e dal basso scorre il fiume, il fondale è vicino, iniziamo a vedere gruppi di salmoni rossi che si dimenano in ogni direzione. Pochi passi più avanti ecco apparire gli orsi. Anche a cento metri, che diventano presto meno di cinquanta, è già un’emozione. Andiamo avanti, di paura non c’è traccia, pur da lontano potrebbero raggiungerci in pochi secondi. Avanziamo con circospezione fino a quando Jack ci dice di scendere. Scendere dove? Si raccomanda di restare compatti, in fila, e di seguire quello che fa lui. Scendiamo allora dalla collina fino a lambire il fiume. Lì per lì, non ci rendiamo conto.

Gli orsi sono a pochi metri e, vedendoci arrivare, si allontano svogliatamente come avessero di meglio da fare.

Qualcuno si interroga su dove stiamo andando, qualcuno pensa che guaderemo il fiume. I dubbi si dipanano quando Jack ci dice di accomodarci. Siamo ora disposti in fila sul greto del fiume, proprio dove un attimo prima gli orsi stavano avvinghiando i salmoni, un’unica fila umana che l’animale percepisce come una forma unica dunque più grande di lui. Jack ci rassicura, in pochi minuti, gli orsi saranno abituati alla nostra presenza e torneranno. Torneranno…dove?! Tant’è, basta aspettare qualche minuto. In breve i quattro orsi sono di nuovo lì, a un passo da noi. Noi seduti, loro lottano nel fiume. Enormi macigni che si muovono veloci, tentano la presa, bruiscono e si disperano, tirano su un salmone e lo spolpano, mangiando solo la pelle che conserva più grasso, utile provvista per l’inverno boreale. A tre metri, quattro al massimo. Senza percezione del pericolo, senza pensare che…no, meglio non pensare, basterebbe un secondo, due per sferrare un attacco, meno ancora per mutilarci, senza spiegazioni, senza poter opporre resistenza o concertazione. E’ magnifico e riempie l’anima, sembra di essere davanti un documentario, alla stessa distanza dalla tv, ma con i grizzly davanti, così…in HD. Restiamo seduti per oltre tre ore. Gli orsi non sembrano minimamente curarsi di noi che scattiamo foto, giriamo video, li osserviamo con stupefazione. Sono enormi eppure agili, pericolosi eppure teneri, c’è davvero qualcosa che ci accomuna a questi mammiferi, un’empatia ancestrale trasmessa nelle saghe scandinave. Siamo completamente immersi nel loro mondo, intenti ad osservarli, raccogliere con gli occhi un’emozione fatta di rumori, movimenti, peli impregnate d’acqua e musi grondanti, occhi vispi e code di salmoni croccanti, mentre i gabbiani aspettano tutto intorno che il banchetto sia finito. Ad un certo punto, un bestione ci punta da dietro. Ci guarda con insistenza, magari solo incuriosito ma la tensione si fa palpabile. Jack lo guarda, si mette carponi a terra come lui, i polsi girati e lo fissa, lo fissa forte, gli comunica che siamo più forti, che è meglio che se ne vada. La sua unica arma è una torcia che fa fuoco, all’occorrenza, il fuoco (di nuovo al primitivo), perché la più grande paura dell’orso è proprio il fuoco, arma del suo più feroce predatore. Lo strategia funziona e l’orso decide che è meglio tornare ai suoi salmoni. Il tempo di altre foto e anche per noi arriva il  momento di tornare alla civiltà ripercorrendo i nostri passi sino agli idrovolanti e da lì sino a Homer dove uno splendido tramonto colora i giochi d’acqua sulla spiaggia liberata dalla bassa marea.


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  1. fulvio giorgulli says:

    Peccato che non ci sia la foto di quando Jack (la guida?) si mette a quattro zampe guardando brutto l’orso…. 🙂
    Bellissimo racconto! Grazie Giuseppe!

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